C’è un momento, entrando nella Cappella dell’Incoronata, in cui si capisce perché Lucía Vallejo Garay abbia scelto questo posto e non un altro. Lo spazio è medievale, arabo-normanno, costruito su resti di una moschea del IX secolo e poi trasformato in cappella reale. Per secoli è stato il luogo in cui i re di Sicilia, appena incoronati nella Cattedrale, si affacciavano sulla loggia per concedersi alla folla. Il potere aveva qui una forma architettonica precisa: la volta alta, la luce filtrata, la distanza tra chi regna e chi guarda dal basso.

Vallejo Garay prende questo spazio e ci sospende dentro The Golden Ceiling: un’installazione in metallo dorato che cita le volte musive della Cappella Palatina ma le rovescia di senso. L’oro non illumina. Non sale verso l’alto come nella tradizione iconografica del sacro. Scende. Incombe. Pesa.
È da questo rovesciamento che comincia Power and Emptiness, la prima mostra personale in Sicilia della scultrice spagnola, aperta dal 15 maggio al 15 giugno 2026 negli spazi del Museo Riso che dal 2014 gestisce la Cappella come spazio espositivo. Curata da Hervé Mikaeloff, la mostra è il risultato di un incontro tra un’artista e un luogo che non ha avuto bisogno di mediazioni.
L’opera centrale della mostra ha una genealogia precisa. La Cappella Palatina di Palermo (a pochi minuti a piedi dalla Cappella dell’Incoronata) è uno dei luoghi più straordinari dell’arte medievale mondiale: le sue volte dorate in stile arabo-normanno-bizantino sono superfici in cui l’oro non è decorazione ma teologia. L’oro lì significa luce, presenza divina, eternità. È materiale che trascende se stesso.

Vallejo Garay è difficile da ingabbiare in una sola disciplina. Lavora con il tessuto: juta, canapa, lino, materiali poveri in genere, ma anche con il vetro di Murano, che appartiene alla tradizione del lusso e della fragilità decorativa. Li mette insieme, li fa dialogare, a volte fonde il vetro direttamente sul tessuto in un processo che lei stessa definisce una sfida: il vetro è un materiale magico ma incontrollabile, e quella mancanza di controllo entra nell’opera come qualità, non come difetto.
Il percorso espositivo si costruisce attraverso il contrasto dei materiali. Accanto all’oro sospeso, Vallejo Garay dispone opere in juta, legno e canapa: tessuti che hanno la memoria del lavoro manuale, della pesca, del trasporto, della fatica quotidiana. Sono materiali che non brillano, non si lasciano fotografare facilmente, non catturano la luce. Hanno una consistenza opaca, quasi dimessa. L’accostamento con l’oro non produce armonia: produce tensione. È la tensione tra chi detiene il potere e chi lo subisce, tra la superficie del comando tutto il resto.

Nella Loggia adiacente alla Cappella (quello stesso spazio da cui i re normanni si mostravano al popolo dopo l’incoronazione) Vallejo Garay espone elementi circolari a forma di corona in vetro di Murano fuso direttamente su tessuto. Il vetro è trasparente, fragile, prezioso. Il tessuto è grezzo, poroso, deperibile. La corona che ne risulta ha la forma del potere e la consistenza della sua precarietà: si potrebbe rompere. Si rompe, prima o poi.
C’è poi l’opera che la scultrice considera il pezzo più denso dell’intero progetto, quello che porta dentro di sé il maggior peso emotivo e politico. Il riferimento è a La madre dell’ucciso, scultura del 1907 dell’artista sardo Francesco Ciusa in cui una donna anziana è raccolta su se stessa in un dolore che non ha forma di protesta ma di pietrificazione. Ciusa rappresenta non la violenza ma la sua conseguenza: il corpo di chi resta, di chi sopravvive, di chi ha perso qualcuno per mano di quel potere che l’altro pezzo della mostra celebra e critica. Vallejo Garay prende questa eredità e la porta dentro Power and Emptiness come memoria: il potere ha un costo, e quel costo non lo paga chi governa.

La Cappella dell’Incoronata ha una storia che Vallejo Garay non ignora. In questo spazio il potere non è un tema astratto ma una storia scritta nella pietra. Portare qui un’opera sull’ambivalenza del potere non è una scelta decorativa: è una scelta critica. Vallejo Garay mette le sue sculture dentro una struttura che è già, di per sé, un documento del potere e delle sue trasformazioni. Le due cose si leggono insieme, si interrogano a vicenda. Quello che l’arte propone, l’architettura conferma. Quello che l’architettura racconta di secoli di dominio, l’arte illumina in modo nuovo.
L’oro sospeso nella Cappella dell’Incoronata non è un’immagine che si dimentica in fretta: resta, con il suo peso paradossale, con la sua bellezza che non rassicura. La juta accanto all’oro dice più di qualunque manifesto. La corona di vetro sulla loggia dei re normanni dice più di qualunque didascalia.
Palermo, offre a Power and Emptiness una cornice che pochissime città al mondo potrebbero dare. Non perché sia bella, anche se lo è. Ma perché la sua storia è talmente densa, talmente stratificata, talmente carica di potere e di resistenza al potere, che qualunque arte che parli di questi temi trova qui una risonanza immediata.
Il metallo dorato scende dal soffitto della Cappella. Fuori, a pochi passi, la Cattedrale di Palermo tiene ancora le corone dei re normanni nel suo tesoro. Qualcosa si risponde, attraverso i secoli e attraverso le sale.
Sede:
Cappella dell’Incoronata, Via dell’Incoronazione, 13 – Palermo
Date:
16 maggio – 15 giugno 2026
Orari:
dal lunedì al venerdì, 9:00 – 13:00
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