Addio a VALIE EXPORT, la pioniera della body art e della performance che ha trasformato il corpo femminile da oggetto del desiderio maschile a pura arma politica.
Waltraud Lehner, nata a Linz il 17 maggio 1940, a metà degli anni Sessanta decide di non essere più Waltraud Lehner. Non vuole il cognome del padre, morto in Africa durante la guerra quando lei era bambina. Non vuole il cognome del marito, dal quale si è già separata lasciandogli la custodia della figlia. Vuole qualcosa che non abbia precedenti familiari, qualcosa che sia solo suo.
Sceglie VALIE EXPORT. Lo trae in parte da una marca di sigarette austriache, la Smart Export. Lo scrive in maiuscolo, sempre: non per gridare, ma perché le maiuscole sono un formato tipografico che non ammette diminutivi, non ammette confidenze non richieste, non ammette di essere ridotto. Come ha dichiarato la sua fondazione alla notizia della morte, quel nome era una dichiarazione di esistenza autonoma.
Oltre il patriarcato: VALIE EXPORT e la body art
VALIE EXPORT è morta il 14 maggio 2026, tre giorni prima del suo ottantaseiesimo compleanno. Con lei se ne va una delle figure più radicali e più coerenti dell’arte europea del dopoguerra: una donna che ha usato il proprio corpo come materiale di lavoro non per sedurre o compiacere, ma per interrogare, provocare e costringere a guardare quello che la società preferiva non vedere.
Quando VALIE EXPORT comincia a fare arte, Vienna è già un ambiente di trasgressione sistematica, di violazione dei tabù, di uso del corpo come luogo di protesta. Ma è anche, nella sua maggioranza, un ambiente maschile che usa il corpo femminile come strumento, senza chiedersi chi ne detiene il controllo. VALIE EXPORT se ne accorge, e prende una direzione propria.
“Tapp und Tastkino”: lo schermo diventa presenza
Nel 1968 costruisce un piccolo teatro portatile da indossare sul busto nudo: una scatola aperta sul fronte, con una tendina. Lo chiama Tapp und Tastkino. Si presenta con questa costruzione davanti ai cinema di Vienna, Monaco e di altre dieci città europee, e invita i passanti a infilare le mani attraverso la tendina e toccare i suoi seni, mantenendo il contatto visivo con i suoi occhi. Non si può guardare senza toccare. Non si può toccare senza essere guardati. L’azione rovescia la logica del cinema e la logica del modo in cui le donne vengono guardate nella cultura di massa. Nel cinema tradizionale il corpo femminile viene mostrato come oggetto passivo: lo spettatore guarda senza essere visto, senza responsabilità, senza contatto. Nel Tapp und Tastkino chi tocca deve guardare negli occhi la donna che tocca. Il corpo non è più uno schermo: è una presenza.
“Genitalpanik” e la provocazione nello spazio pubblico
Un anno dopo, nel 1969, arriva Aktionshose: Genitalpanik. VALIE EXPORT entra in un cinema di Monaco durante un festival cinematografico indossando pantaloni tagliati all’altezza del pube e imbracciando una mitragliatrice. Cammina tra le file del pubblico con i genitali esposti, guardando dritto davanti a sé. La performance viene riproposta a Vienna e documentata in una serie fotografica di Peter Hassmann, rimane una delle immagini più riprodotte della storia dell’arte femminista.
Le azioni degli anni Sessanta e Settanta sono la parte più nota e più fotografata del suo lavoro, ma non ne esauriscono la portata. VALIE EXPORT lavorava in parallelo su più registri: il video, il film sperimentale, la fotografia, l’installazione, la teoria.
Dalle regole del convento al guinzaglio di Vienna
VALIE EXPORT era cresciuta in un ambiente che lei stessa descriveva come una casa di donne: la madre vedova di guerra, tre sorelle, nessun uomo. Aveva studiato in convento fino a quattordici anni, poi alla scuola di design tessile di Vienna. Aveva avuto una figlia a diciotto anni e aveva perso la custodia della figlia separandosi, dopo essersi rifiutata di vivere secondo le aspettative borghesi del tempo. A Vienna aveva lavorato con Peter Weibel, l’artista e teorico dei media che sarebbe diventato suo compagno per un periodo e col quale aveva condiviso alcune delle azioni più radicali. Per esempio quando nel 1968 lei lo portava in giro per il centro di Vienna al guinzaglio come un cane. Chi stava al guinzaglio, in quell’azione, erano le regole non l’artista.
L’eredità di VALIE EXPORT: una postura intellettuale che ha cambiato la storia
Nel 2015 la città di Linz ha acquisito parte della sua eredità artistica e fondato il VALIE EXPORT Center, centro internazionale di ricerca sull’arte dei media e della performance. La retrospettiva che le ha dedicato l’Albertina di Vienna nel 2023 ha confermato la portata di un lavoro che attraversa sessant’anni e non ha smesso, in nessun momento, di essere scomodo. Quello che ha lasciato non è soltanto un catalogo di opere straordinarie. È una postura intellettuale: l’idea che l’arte debba occupare lo spazio pubblico senza chiedere permesso, che il corpo femminile abbia il diritto di esistere nel mondo senza dover essere guardabile. Generazioni di artiste, da Nan Goldin a Cindy Sherman alle performer della body art degli anni Novanta e Duemila, hanno lavorato in uno spazio che VALIE EXPORT aveva aperto con strumenti semplici e radicali: un paio di forbici, una scatola di cartone, il proprio corpo in mezzo alla strada.
Era nata tre giorni dopo il 14 maggio. Non ha fatto in tempo a compiere ottantasei anni. Li avrebbe compiuti il 17, tra tre giorni.

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