Cos’è il Realismo Magico: le origini tra arte e letteratura
Il Realismo Magico fu una corrente artistica che conobbe la sua massima fortuna nella
seconda metà degli anni Venti del Novecento. Essa si colloca esattamente a metà strada fra il “ritorno all’ordine” della tradizione italiana, legata alla rivista Valori Plastici, e la pittura metafisica di De Chirico. Il termine “magia” compare per la prima volta, infatti, nella rivista Valori Plastici, ed è riferito a De Chirico dal fratello Alberto Savinio che vi scrive una recensione.
Poi nel 1925 è Franz Roh, fotografo e critico d’arte tedesco allievo di Wöllflin, che parla di “verismo magico” riferendosi a un dipinto di H.M. Davringhausen Bambino che gioca. Infine l’intuizione si consolida nel suo saggio Nach- Expressionismus. Magister – Realismus nel quale egli, in realtà, non intende definire la nascita di una nuova corrente artistica omogenea, ma cerca di dare voce a un generale sentire, a una atmosfera incantata che permea le opere di questo periodo. Un nuovo stile che coniuga una rigorosa ricerca di oggettività con la parte magica dell’esistenza; la magia che emerge dal quotidiano.
Più tardi sarà Massimo Bontempelli, figura interessante di non-critico d’arte, come lui stesso si definisce, ad arrivare alla definizione Realismo Magico ma solo nel 1927 e in riferimento alla letteratura oltre che alla pittura.
Caratteristiche del Realismo Magico: tra rigore classico e inquietudine
La pittura dei realisti magici si distingue per il rigore geometrico, il recupero delle forme classiche e una diffusa atmosfera sospesa e incantata. Tuttavia la forma classica e il cosiddetto ritorno all’ordine, non rappresentavano più un’armonia serena, bensì un mezzo per esprimere l’inquietudine del Ventennio: un senso di straniamento muto, di instabilità profonda.
Dietro la perfezione formale e il colore deciso, gli artisti comunicavano un disagio interiore, restituendo una realtà alterata e quasi distopica. Ambienti quotidiani, ma
svuotati di vita reale; figure enigmatiche, impenetrabili, che non interagiscono con lo
spettatore ma lo oltrepassano con uno sguardo distante e inaccessibile.
I protagonisti in Italia: Casorati, Donghi e Cagnaccio di San Pietro
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Donna al caffè, di Antonio Donghi, 1931
Casorati, Donghi, Cagnaccio di San Pietro (con meno fortuna e molta fatica) furono i
principali interpreti di questo nuovo modo di sentire e restarono fedeli alle atmosfere
incantate degli esordi, anche quando, negli anni Trenta, il clima politico e culturale
cambiava imponendo compromessi con il Regime.
Agli esordi il Realismo Magico non disturbò il Regime che anzi lo considerò funzionale alla retorica del ritorno al classicismo e dell’ordine formale, elementi facilmente assimilabili alla propaganda fascista.
Pittori d’oltralpe: George Grosz e Otto Dix
Negli stessi anni, però, la corrente trovò sviluppi significativi anche in
Germania dove assunse toni più duri e un carattere anche politico. Artisti come George Grosz e Otto Dix già nel primo dopoguerra avevano reagito all’espressionismo d’oltralpe con una pittura realista che esprimeva il bisogno di oggettività della rappresentazione; furono i pittori della Nuova Oggettività che sviluppò al suo interno una corrente il cui realismo fu poi definito “magico” per la plasticità di forme che rimandavano alla classicità, mentre la principale corrente manteneva una connotazione prevalentemente politica.
Furono proprio questi pittori d’oltralpe, a partire dagli anni Settanta, ad attirare l’interesse di grandi galleristi come Emilio Bertonati e storici dell’arte come Giovanni Testori che contribuirono alla loro riscoperta.
Il caso Cagnaccio di San Pietro: un ponte tra Venezia e l’Europa

In Italia colui che più si era avvicinato a questa sensibilità tedesca fatta di linee dure e colori smaltati, di realtà quotidiana ma straniante, era stato Cagnaccio di San Pietro, non a caso il più difficile e anche il più sfortunato dei realisti magici di casa nostra; colui che senza mai muoversi dalla sua Venezia si era avvicinato alle tendenze europee di quegli anni meglio di chiunque altro, in un paese in cui già la politica del Ventennio travolgeva la società e la trascinava inesorabilmente verso la Seconda Guerra Mondiale.
La riscoperta critica: dalle ombre del Ventennio alle grandi mostre
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Felice Casorati, Gli scolari, 1927-1928
La riscoperta di Cagnaccio di San Pietro parte dagli anni Ottanta: grazie alla gallerista Claudia Gian Ferrari questo pittore ritroverà il suo posto nel panorama artistico nazionale. I realisti magici, comunque, artefici di questa pittura incantata e al tempo stesso inquietante, semplice in apparenza ma profonda nella ricerca introspettiva, pagarono un prezzo alto come tutta l’arte legata al Ventennio fascista. Tuttavia il tempo ha dato ragione a questi maestri dimenticati, artefici di un sogno che in pittura ha preso le sembianze di magia.
Dagli anni Ottanta si sono moltiplicati gli studi e contestualmente sono cominciate le mostre che, dal Museo Correr di Venezia a Palazzo Reale a Milano, hanno riportato alla luce i capolavori dimenticati dei realisti magici; pittori colti, legati alla tradizione della pittura rinascimentale, ma espressione di un’epoca che ha segnato profondamente la storia del nostro paese e che ha manifestato, come sempre avviene, attraverso gli artisti e la loro arte una profonda consapevolezza del momento storico.
Dove vedere il Realismo Magico in Sicilia: i capolavori alla GAM di Palermo
Oggi alcune splendide opere pertinenti alla corrente del Realismo Magico sono
conservate alla GAM di Palermo; se vi capita di visitarla vi consiglio in particolare Gli scolari di Felice Casorati e La bolla di sapone di Cagnaccio di San Pietro, opere di cui parleremo più avanti.
Foto di copertina Cagnaccio di San Pietro, Dopo l’orgia (1928). Foto di Artgate Fondazione Cariplo, via Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.

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