Quando Josephine Flasseur mi accoglie in galleria è scalza; indossa una camicia bianca perfettamente stirata, portata con leggerezza, dei pantaloni neri, non un filo di trucco, i capelli le ricadono disordinatamente sul viso e io penso che essere parigina sia un’inclinazione dell’anima più che un luogo di provenienza. Ci sistemiamo nel cortile interno e fra un caffè e un’acqua minerale cominciamo a chiacchierare.

D. Tu sei un’artista francese che ha scelto Palermo come base e come luogo dove fondare la galleria. Non Parigi o un’altra capitale dell’arte già consolidata. Come è maturata questa decisione? È stata una scelta più razionale o emozionale?
R. Come sai se parliamo di Palermo si tratta più di emozione che di razionalità. Ho avuto l’intuizione che a Palermo si potessero fare delle cose, non perché ci fosse un vuoto, una mancanza; questo non l’ho ancora capito e, per la verità, non ho nemmeno cercato di studiare il mercato. Ho visitato palazzo Butera, Palazzo Abatellis, l’Orto Botanico e ho capito che qui si poteva fare e creare. Ho voluto ricreare in questo luogo non una galleria d’arte classica, ma l’Officina che ospitava in passato via Cluverio quello che questo luogo mi chiedeva.
D. Ho letto da qualche parte che per te Palermo ha una bellezza potente e drammatica. Dopo due anni pensi la stessa cosa o la città ti ha rivelato qualcosa di diverso da quello che ti aspettavi?
R. Palermo mi ha dato un senso di responsabilità che non mi aspettavo; all’inizio pensavo fosse solo vivere qui e creare, invece c’è qualcosa di molto più profondo a Palermo. C’è tanto da fare in questa città; aprire di più il campo dell’arte, condividere esperienze con altri luoghi, far conoscere questa realtà fuori dai confini siciliani. C’è da costruire insieme con la città. Non ho la pretesa di farlo io da sola ma sento questa incredibile energia. Ci sono persone bravissime; ci sono anche problemi non lo nego, problemi col territorio, problemi nell’essere straniera sul territorio, tuttavia io penso di poter condividere con la città quello che costruisco ogni giorno in via Cluverio.
D. Tu sei un’artista adesso anche gallerista; come convivono queste due identità? Una prevale sull’altra?
R. La dimensione artistica prevale sicuramente, io vengo dal cinema e dunque racconto storie; mi interessa questo ruolo in cui io mi considero direttrice artistica. Se raccontiamo storie ogni mostra è un’occasione per narrare qualcosa di diverso, che sia politico, letterario, drammatico, estetico o legato a diverse discipline. Sono come un regista che sceglie i talenti e da loro la giusta direzione; li aiuta ad esprimersi. Per me la più grande conquista è aiutare un artista a emergere e a crescere.
D. Il nome Officina non è casuale; rimanda a un luogo di lavoro, di processo, non di sola esposizione. Come si traduce questo nella quotidianità? Cosa la distingue da una galleria tradizionale?
R. Mi piace l’idea di mettere insieme due discipline e poi aggiungerne una terza che va a mescolarsi e disturbare. Così è nata l’idea di dare uno spazio agli artisti che vogliono mettersi in gioco con le arti applicate. Ho cominciato io con i vasi Teste di Moro insieme a Juliette Teste e con le cinture che ha realizzato Gabriella Guzzetta. Abbiamo ospitato in residenza gli artisti; l’abbiamo fatto con Gabrielle Levie che ha creato qui la sua coreografia, con Édouard Taufenbach e Bastien Pourtout che sono venuti qui a creare i loro pezzi. Questo progetto legato alla Biblioteca di Oggetti è nato proprio con l’idea di far collaborare gli artisti in residenza con gli artigiani siciliani. Oggi Antonina Maj sta disegnando un foulard con il logo della galleria che è una vera opera d’arte e poi abbiamo in cantiere un lavoro sugli specchi.

D. Artisti siciliani oppure artisti come Ernesto Mistretta che è siciliano ma ha vissuto e lavorato a Parigi per molti anni. C’è un filo che connette tutti gli artisti che scegli per esporre in galleria?
R. C’è un legame estetico ma non solo; c’è un fil rouge che è più un’esigenza di qualità. Poi siccome raccontiamo ogni volta una storia puoi immaginare che Momò Calascibetta racconta una storia diversa da Michele Cantoneri.

D. In via Cluverio ha costruito un ponte fra Francia e Sicilia. Come viene recepito questo dal pubblico palermitano e dai francesi artisti e collezionisti?
R. I francesi sono molto sorpresi perché quello che abbiamo fatto qua, a Parigi, ma anche a Milano, sarebbe difficilissimo da immaginare. I Palermitani sono ancora prudenti; aspettano perché hanno bisogno di conoscere e di capire da dove veniamo, cosa facciamo, c’è interesse ma c’è anche un modo di collezionare che a me sembra abbia bisogno di tempo.
D. Come si è inserita la galleria nell’ecosistema palermitano, nella sua scena artistica. Alleata, outsider, elemento di disturbo?
R. Per il pubblico, in generale, l’arte contemporanea non è un terreno facile per cui ha bisogno di tempo; se nel passato magari ci sono state difficoltà non si può arrivare e cambiare tutto. Tuttavia ci sono tanti amici, anche giornalisti, che mi sostengono perché credono in quello che faccio. Fra il pubblico ho percepito diversi atteggiamenti; molti sono attratti dalle novità e accolgono con piacere la costruzione di nuove cose in città, altri sono sospettosi.
D. Differenze fra il pubblico palermitano e quello parigino che si avvicina all’arte?
R. Pubblico e collezionisti sono due cose diverse ovviamente. A Parigi fai la passeggiata artistica vai in centro a vedere le gallerie e poi prendi un gelato. Qui è diverso; non c’è questa abitudine diffusa a tutti gli strati di pubblico. Dappertutto, però, c’è sempre qualcuno che pensa che quella cosa non sia per lui, per questa ragione io tengo ad aprire il più possibile alla città e a proporre cose diverse; di fatto la bellezza è per tutti! Però del pubblico palermitano posso dirti che, per esempio, quando abbiamo avuto Momò Calascibetta, la città lo ha riconosciuto come qualcosa di suo, ha sentito un’appartenenza e infatti il pubblico era molto ampio e variegato.
D. Aprire una galleria d’arte contemporanea in una città del sud Italia. Qual è la realtà economica di questo progetto? Possibile costruire un mercato o si deve lavorare su modelli alternativi.
R. Entrambe le cose; abbiamo dei collezionisti che ci seguono e sono stranieri che hanno casa a Palermo. Poi penso che dovremmo esportare questo modello della Biblioteca di Oggetti fuori da Palermo anche a Milano e Parigi… siamo stati precursori dunque è necessario prendere dei rischi ma abbiamo fiducia nel futuro.
D. Il momento più alto in questi due anni? E quello più difficile?
R. Il momento più bello è stato costruire la mostra di Ernesto Mistretta perché era la sua prima volta come artista, benché lui sia un architetto famoso che ha vissuto e lavorato in Francia per molti anni. Dunque, questa sua prima volta come artista ha rappresentato una sfida molto affascinante. Mentre i momenti più difficili sono sempre quelli in cui nascono incomprensioni con le persone con cui collabori.
D. Cosa manca a Palermo per diventare un punto di riferimento nelle mappe dell’arte contemporanea internazionale. Cosa può portare in via Cluverio in questo percorso.
R. Penso che manchi la collaborazione fra privati e istituzioni culturali e turistiche; il dialogo fra privato e pubblico.
D. Hai lavori in corso come artista? Palermo entra nella tua pratica e ti ispira in qualche modo?
R. Ho scoperto e amato il modo di lavorare dei marmisti siciliani; i tavoli scultura sono ispirati a loro.
D. C’è una cosa che Palermo ti ha insegnato sull’arte, su te stessa, sul senso di aprire uno spazio; qualcosa che non avresti imparato in un altro luogo?
R. Da un’altra parte non so. Qui ho imparato che non puoi forzare le cose, che la città ha i suoi tempi, devi aspettare e accettare che c’è un tempo giusto per tutto, che questo tempo non può essere ignorato né accelerato.

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