A Muntagna, di sera

Etna 2026 Copertina

Sono nata alle sue pendici, ma ormai solo d’estate vivo abbastanza vicino da sentirla come una presenza fissa, ingombrante, quasi un membro di famiglia con cui non si è mai del tutto in pace.  Da qui, da Taormina, le prime notti dell’eruzione sono uscita in giardino più volte di quante vorrei ammettere, con la scusa del caldo, in realtà solo per vedere se la si distingueva da lontano. Si distingueva. Un bagliore basso, pulsante, che non assomiglia a niente altro che io conosca; non un incendio, non un fuoco d’artificio, qualcosa di più lento e più serio, come se la montagna respirasse a fatica.

Mi sono sorpresa, una di quelle sere, a mandare un messaggio a un’amica solo per dirle “sta bruciando di nuovo”, senza aggiungere altro, come se non servisse spiegare. E infatti non serviva: chi vive qui capisce subito di cosa parlo, con quella familiarità un po’ rassegnata con cui si parla del tempo o di un parente difficile. È buffo pensare che un fenomeno geologico enorme, capace di fermare gli aerei e riscrivere un paesaggio, possa anche essere materia di conversazione quotidiana, quasi di gossip locale, come se si trattasse di uno spettacolo che va in scena a orari imprevedibili, con noi come pubblico fisso.Etna colata lavica estate 2026

C’è qualcosa di quasi imbarazzante nell’ammettere quanto sia bella, un’eruzione vista da lontano. Lo so che per molti  questi giorni hanno significato cenere sui balconi, voli saltati, l’ansia di controllare i bollettini invece di guardare il tramonto. Eppure da Taormina, dove il pericolo è solo estetica, non posso fare a meno di restare incantata sempre, con lo stesso stupore un po’ infantile di chi guarda il mare la prima volta. Mi chiedo se sia una forma di privilegio; questo poter trovare sublime ciò che per altri è solo disagio da gestire. E la risposta temo sia affermativa.

Ho ripensato spesso, in questi giorni, a una frase che mi disse anni fa una guida vulcanologica, mentre salivamo verso i crateri sommitali in una giornata di quiete apparente: “L’Etna non fa quello che vuole lei. Fa quello che deve fare lei”. C’è una differenza sottile ma enorme tra le due frasi, e l’ho capita solo adesso, guardando le colate scendere verso la Valle del Bove come se seguissero un copione scritto molto prima di noi. Non è capriccio, il suo. È un mestiere antichissimo che continua a fare, con o senza pubblico.

E il pubblico, in effetti, non manca mai. Nelle foto tra selfie e dirette social, c’è qualcosa che mi commuove; questo bisogno collettivo di avvicinarsi il più possibile a una cosa che potrebbe, in teoria, farci del male, solo per poterla raccontare dopo. Non credo sia sprovvedutezza, o non solo. Credo sia lo stesso istinto che ha sempre avuto chi è cresciuto qui: guardare in faccia la cosa che si teme, invece di distogliere lo sguardo. È un gesto che riconosco anche in me, ogni sera in giardino o lungo i sentieri che ci hanno portato su nei giorni scorsi.

Etna colata lavica estate 2026 vista da vicino

Ieri, per la prima volta da giorni, il cielo sopra il cratere era limpido, senza il pennacchio di cenere a cui mi ero ormai abituata. Ho provato, per un attimo, un sollievo pratico (niente voli cancellati, niente polvere sulle auto) subito seguito da qualcosa che assomigliava, ridicolmente, alla nostalgia. Come se una parte di me si fosse affezionata a quel bagliore, a quel promemoria quotidiano che qualcosa di enorme e indifferente a noi continua a muoversi sotto i nostri piedi, mentre noi organizziamo cene, scriviamo articoli, controlliamo i voli di persone che  stiamo aspettando, saliamo a fare escursoni.

Non so quanto durerà questa pausa. L’Etna, si sa, non fa annunci; si acquieta e basta, per giorni o per anni, prima di tornare a ricordarci che è ancora lì, sotto, viva. Nel frattempo continuerò probabilmente a guardarla la sera,  finché sono qui a Taormina, con lo stesso misto di apprensione e gratitudine con cui si guarda qualcuno di cui non si può fare a meno.  Poi ripartirò ma in  fondo è anche questo, credo, a rendermi catanese più di ogni carta d’identità; non la certezza che tutto reggerà, ma l’aver imparato a convivere con chi, o cosa, non promette nulla.

Informazioni su Mariella Anzalone 15 Articoli
Si è occupata di moda per molti anni, a Milano e in giro per il mondo, ma ha sempre coltivato la sua grande passione per l’arte. Collezionista, è laureata in Lingue e Letterature straniere e in Storia dell’arte. Il Novecento è il suo periodo storico artistico prediletto.

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