E pensare che il mito di Apollo e Dafne aveva tutte le carte in regola per diventare l’emblema dell’amore idilliaco: lui dio del sole, lei ninfa al seguito della dea Diana, entrambi giovani ed entrambi bellissimi. Quale ostacolo poteva frapporsi al loro amore? Eppure questo mito, uno dei più noti che la mitologia classica ci ha lasciato in eredità, è in realtà una storia di amore non corrisposto, alimentata da desiderio, ossessione, prevaricazione e violenza che sfocia nella più grande rinuncia che un essere umano possa fare riguardo propria esistenza.
Apollo e Dafne: origine di uno dei miti più noti della letteratura classica
Apollo, infatti, si innamora perdutamente di Dafne e si infiamma di un desiderio che può essere placato solo dall’unione con la donna bramata. Dafne, al contrario, prova per il dio una profonda repulsione e, al solo pensiero di un contatto fisico, preferisce rinunciare per sempre alle proprie sembianze umane. Ma cosa spinge Apollo a desiderare così ardentemente Dafne? E perché Dafne lo rifiuta in modo così ostinato?
Conosciamo il mito di Apollo e Dafne grazie a diversi testi, anche se il più noto è il racconto che Ovidio inserisce nel Libro I delle Metamorfosi, versi 452-567. Ovidio raccoglie una serie di miti noti della mitologia greca classica e arcaica, li rielabora, li riscrive in latino e crea quella che può essere considerata un’enciclopedia in versi del mito. Un testo imprescindibile per gli amanti del genere.
Grazie al racconto di Ovidio scopriamo che dietro questo rapporto asimmetrico si cela una vendetta perpetrata da Cupido ai danni di Apollo. Entrambi gli dei infatti utilizzano le stesse armi, arco e frecce. Ma mentre Apollo uccide mostri come il terribile Pitone, che cosa potrà mai fare Cupido che è solo un bambino?
«Che vuoi fare, fanciullo arrogante, con armi così impegnative?»
gli disse. «Questo è peso che s’addice alle mie spalle,
a me che so assestare colpi infallibili alle fiere e ai nemici,
a me che con un nugolo di frecce ho appena abbattuto Pitone,
infossato col suo ventre gonfio e pestifero per tante miglia.
Tu accontentati di fomentare con la tua fiaccola,
non so, qualche amore e non arrogarti le mie lodi».
(Ovidio, Metamorfosi, Libro I).
Offeso da tali parole Cupido decide di fare comprendere ad Apollo la potenza di quelle stesse armi. Scaglia contro il dio del sole la freccia d’oro che provoca amore, e contro la ninfa Dafne – che passava di lì per caso ed era del tutto ignara della diatriba tra le due divinità – la freccia di piombo che provoca repulsione.
La verginità come scelta di vita e spazio di libertà: il modello di Diana
Ovidio tuttavia ci lascia intuire, seppure in maniera non troppo celata, che il rifiuto di Dafne ha radici ancora più profonde e che molto probabilmente la freccia di piombo è stata inutile. Dafne infatti è una ninfa al seguito della dea Diana, dea della caccia e sorella gemella di Apollo. Ancora bambina Diana chiede al padre Giove di conservare perennemente la propria verginità
Concedimi, padre, di custodire per sempre la mia verginità
e di portare molti nomi, così che Febo non mi contenda onori;
concedimi l’arco e le frecce rossastre e la faretra,
e una tunica corta fino alle ginocchia;
e che mi accompagnino ninfe mie pari:
non voglio mescolarmi all’età matura degli uomini.
(Callimaco, Inno di Artemide).
In questo modo Diana sta delineando uno stile di vita per sé e per le ninfe al suo seguito che non si presenta come un sacrificio o come una rinuncia, ma come un’affermazione di libertà. Rimanendo vergini queste donne rinunciano a sposarsi e a essere succubi di un uomo per tutta la vita; al contempo rivendicano la propria autonomia, vivendo immerse nella natura selvaggia dei boschi e dedicandosi ad attività prettamente maschili.
Anche Dafne fa una richiesta simile al padre Peneo, che spesso le dice
«Figlia, mi sei debitrice di un genero»;
spesso le dice: «Mi sei debitrice, figlia mia, di nipoti».
Ma lei, detestando come un delitto le fiaccole nuziali,
col bel volto soffuso di verecondo rossore,
si aggrappa affettuosamente al collo del padre, e gli dice:
«Concedimi, papà carissimo, ch’io goda di una perpetua
verginità. Già è stata concessa dal padre a Diana».
(Ovidio, Metamorfosi, Libro I).
Il rifiuto di Dafne, alimentato dalla sua scelta di vita e dalla freccia di Cupido, si trasforma in un inseguimento durante il quale Apollo cerca invano di convincere con le parole la bella Dafne ad accettare il suo amore: dapprima le fa notare che chi si è innamorato di lei non è uno zotico montanaro ma il figlio di Giove; poi mostra tutte le classiche preoccupazioni di un innamorato che teme che la donna amata possa ferirsi durante questa inutile corsa. Parole e premure che non sortiscono alcun risultato.
Il prezzo del rifiuto e la trasformazione in albero di alloro
Alla fine sarà la velocità di Apollo ad avere la meglio e quando la giovane ninfa sente il suo fiato sul collo, chiede al padre Peneo di perdere quella bellezza che è contraria alla sua scelta di vita, quella stessa bellezza che già aveva alimentato il desiderio di molti altri uomini e che adesso stava ossessionando il giovane Apollo.
La richiesta di Dafne è una rinuncia dal fortissimo valore simbolico: non solo perde le proprie sembianze umane ma si trasforma in qualcosa che è inanimato, un albero di alloro, una pianta che resta ancorata al terreno con le sue radici e che perde ogni possibilità di vivere una vita normale. Se lei non fosse stata bella, e soprattutto se lei non se ne fosse andata in giro liberamente a mostrare la propria bellezza, tutto questo non sarebbe mai accaduto ed è per questo che è lei a meritare e a scegliere la “punizione” più grave.
Apollo, non pago del rifiuto e neppure del legno che respinge i suoi baci, trasforma l’alloro nel suo simbolo e nella corona che sempre porterà sulla sua testa.
Il mito di Apollo e Dafne nell’arte
Sono molti gli artisti che nel corso dei secoli si sono misurati con il mito ovidiano, cercando di restituirci una lettura del racconto che si sposava con le richieste dei committenti, con lo stile del tempo e con quello dello stesso artista. Tra i tanti citiamo Pollaiolo con Apollo e Dafne (1470–1480 circa, National Gallery, Londra); Nicolas Poussin con Apollo innamorato di Dafne (1664, Musée du Louvre, Parigi); Giambattista Tiepolo con Apollo e Dafne (1743–1744, Musée du Louvre, Parigi). Ma l’opera più famosa, nonché quella che più di tutte riesce a trasmettere il dramma del racconto vissuto da entrambi i protagonisti, è ovviamente l’Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini, realizzato tra il 1622 e il 1625, oggi custodito presso la Galleria Borghese a Roma.
L’Apollo e Dafne di Bernini: il capolavoro che sancisce la nascita del barocco
Si tratta di uno dei quattro gruppi scultorei commissionato al giovanissimo Bernini (allora poco più che ventenne) dal cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V, grande collezionista, noto per il suo carattere gioviale, per i sontuosi banchetti che amava organizzare e per le sue vedute mondane. Gli altri tre gruppi scultorei, sempre alla Galleria Borghese di Roma, sono: Enea, Anchise e Ascanio (1618–1619); Il ratto di Proserpina (1621–1622); David (1623–1624).
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L’opera di Bernini si colloca nel momento esatto in cui il rigore didascalico e moralizzatore dell’arte controriformista cede il passo alla sensibilità barocca, dominata dalla meraviglia, dal dinamismo e dalla teatralizzazione dell’immagine. A Bernini non interessa rappresentare una vicenda in modo dettagliato, dando la possibilità a noi spettatori di ricostruire l’intera dinamica semplicemente guardando l’opera. Al contrario, Bernini rappresenta un’azione nel momento stesso in cui essa si sta svolgendo, con la funzione di trasformare noi spettatori da visualizzatori passivi in parte attiva dell’evento.
Bernini sceglie di immortalare il momento cruciale della vicenda, ovvero quando Apollo raggiunge Dafne e con una mano afferra il suo fianco. Il marmo si anima del dinamismo della corsa dei due protagonisti, reso visibile dalle vesti gonfie e dai capelli svolazzanti. Contemporaneamente ci troviamo di fronte a stati d’animo e sentimenti diametralmente opposti, in cui noi stessi veniamo coinvolti: da un lato condividiamo la gioia di Apollo – visibile dal suo sorriso – convinto di avere raggiunto la sua amata e di poterla possedere per sempre; ma contemporaneamente condividiamo il dolore di Dafne, causato dal tocco dell’uomo per il quale prova repulsione, ma anche dalla trasformazione del suo corpo.
I dettagli sono impressionanti: le dita delle mani e dei piedi si trasformano in piccoli rami dai quali vediamo già spuntare delle foglioline; le gambe sono avvolte in parte dal tronco che le sta racchiudendo; anche le punte dei capelli si stanno trasformando in rami e foglie.
Bernini non vuole creare un punto di vista, non vuole dare un’interpretazione, ma ci mette di fronte a tutto quello che sta accadendo e dà a noi la responsabilità di costruire un nostro pensiero, una nostra opinione, un nostro personale punto di vista. Esattamente come aveva fatto Ovidio nel suo racconto. Ed è questo che rende quest’opera così immensamente bella.
I dubbi sulla moralità e il distico di Maffeo Barberini
Una volta terminata l’opera il cardinale Scipione Borghese, in compagnia del cardinale Maffeo Barberini (futuro papa Urbano VIII) e dell’arcivescovo di Bordeaux François d’Escobleau de Sourdis, ammirò l’opera nello studio dello stesso Bernini, prima ancora che venisse collocata nella sua destinazione finale. E fu proprio in quella occasione che Sourdis, amico di San Filippo Neri e di San Carlo Borromeo, interprete rigoroso degli aspetti più repressivi della controriforma, sollevò non poche perplessità di fronte ad un’immagine di una donna nuda così realistica.
La preoccupazione maggiore era relativa alla collocazione finale della statua, ovvero la residenza di campagna dello stesso cardinale Borghese (oggi Galleria Borghese). Quindi una statua molto realistica, quasi viva, di una donna nuda, esposta nella casa di un uomo di Chiesa e vista da altri uomini di Chiesa: quali e quanti pensieri peccaminosi poteva alimentare? Era davvero il caso di esporla, o sarebbe stato meglio nasconderla e censurarla, come era già accaduto in passato per altre opere, ad esempio quelle di Caravaggio?
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Fu l’intervento di Maffeo Barberini a salvare l’opera (e molto probabilmente anche la carriera di Bernini). Il futuro papa Urbano VIII infatti scrisse un distico che trasformò l’opera in una sorta di ammonimento morale contro i fugaci piaceri della vita
Quisquis amans sequitur fugitivae gaudia formae
fronde manus implet baccas seu carpit amaras
(Chi amando insegue le gioie della bellezza fugace riempie la mano di fronde e coglie bacche amare).
Ed è proprio grazie a queste parole che noi oggi possiamo ammirare l’Apollo e Dafne di Bernini alla Galleria Borghese di Roma in tutta la sua straordinaria bellezza.

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