Quando il viaggio entra nel processo creativo. Volontaria viaggiando: come un luogo può trasformare ciò che creiamo

Nacan Studio

Cosa significa oggi viaggiare mettendo a disposizione le proprie competenze? Viviamo in un momento in cui il modo di esplorare il mondo sta cambiando. Il lavoro da remoto, il nomadismo digitale e la ricerca di maggiore flessibilità hanno reso possibile fermarsi più a lungo in luoghi lontani, lavorando mentre si attraversano territori diversi. Ma cosa succede quando, invece di limitarci a vivere un luogo, scegliamo di partecipare alla realtà che lo abita?

Esiste un modo di viaggiare che non passa soltanto dall’osservare, fotografare e raccogliere esperienze, ma dal prenderne parte. Partire con qualcosa da offrire e scoprire, nel farlo, che ciò che sappiamo fare può assumere forme diverse quando incontra un contesto nuovo. È questa la dimensione che ho iniziato a sperimentare attraverso il volontariato: mettere a disposizione le mie competenze, entrare temporaneamente in un progetto e lasciare che il contesto modifichi, a sua volta, il mio modo di creare e di guardare.

Viaggiare può anche significare questo: contribuire a una realtà locale, imparare, incontrare persone e costruire insieme. Un’esperienza che richiede curiosità, adattamento e una certa dose di coraggio, ma che può restituire molto più di quanto si immaginasse alla partenza.

Ecco come questa pratica può entrare nel processo creativo: non nel comune senso di “prendere ispirazione” da un luogo, ma nel lasciarsi coinvolgere dalle persone che lo abitano, dalle loro storie e dalle dinamiche che ne costruiscono l’identità. Significa accettare che l’incontro possa modificare ciò che avevamo immaginato di portare con noi e, quando possibile, creare insieme a chi quel luogo lo vive quotidianamente.

È da qui che nasce la necessità di raccontare un’esperienza come quella vissuta a Nacán, una residenza artistica immersa nel territorio di El Valle, nella Repubblica Dominicana.

Vivere una residenza artistica nella giungla


Arrivare a Nacán significava entrare in un contesto già in movimento. Artisti provenienti da luoghi diversi raggiungono El Valle con il desiderio di fermarsi, lavorare e sviluppare la propria ricerca. Qui la natura circostante smette di essere semplice sfondo e diventa una presenza viva e costante: qualcosa con cui confrontarsi quotidianamente e che, con la sua imprevedibilità tropicale, ricorda che non tutto può essere controllato.

Preparando la valigia, porti con te ciò che sai fare. Ma ben presto ti accorgi che metterlo a disposizione non è sufficiente. Prima ancora viene l’ascolto: quello che nasce dall’incontro con una cultura e un territorio diversi da quelli in cui sei abituato a lavorare. Ascoltare significa rallentare, osservare chi abita quel territorio, entrare nei suoi tempi, lasciarsi attraversare dalle dinamiche quotidiane e dalle storie che emergono nei momenti più semplici e inaspettati.

Forse significa anche imparare a camminare con un luogo, invece di attraversarlo imponendo la propria presenza. Un modo di stare che richiama il pensiero di Donna Haraway: non porsi davanti a un territorio come osservatori esterni, ma riconoscere che, nell’incontro, anche noi veniamo modificati da ciò che ci circonda. Il luogo non è qualcosa da possedere, interpretare o trasformare immediatamente in un’immagine da portare con sé, ma una presenza con cui entrare in relazione, lasciandosi coinvolgere senza pretendere di appropriarsene.

Questo significa anche accettare che non tutto debba diventare immediatamente un contenuto, che alcune esperienze possano semplicemente rimanere tali. È forse questa una delle parti più invisibili, ma anche più potenti del viaggio: ciò che accade in profondità mentre, in superficie, tutto sembra rimanere apparentemente invariato.

Quando il territorio entra nella pratica: dare senza consumare


A El Valle ho iniziato a guardare la residenza artistica non soltanto come uno spazio dedicato alla produzione, ma come un dispositivo di incontro. Gli artisti arrivano con una pratica, una ricerca, delle domande, senza sapere che il territorio ne introdurrà altre, che le persone incontrate ne aggiungeranno ancora e che, lentamente, anche i progetti inizieranno a cambiare forma. In questo senso, il luogo non è semplicemente qualcosa da cui trarre ispirazione. Non è un’immagine da portare via, ma una presenza capace di mettere in discussione ciò che pensavamo di sapere e di ricordarci che non siamo separati da ciò che ci circonda.

È all’interno di questa parentesi di vita che ho messo in discussione il rapporto tra lavoro e creazione. Quanto di ciò che produciamo nasce da noi e quanto, invece, viene modificato dagli incontri, dai contesti e dalle persone che attraversiamo e che, a loro volta, ci trasformano? Il processo creativo smette così di essere un atto esclusivamente individuale e diventa anche la capacità di lasciare spazio a ciò che non avevamo previsto. Una residenza come quella di Nacán permette di sperimentare proprio questa apertura: arrivare con qualcosa di proprio e accettare che possa cambiare nel momento in cui entra in relazione con ciò che lo circonda.

Mi interrogo allora su cosa rimanga di un luogo dopo che ce ne siamo andati e penso al viaggio come a una forma di restituzione, più che di acquisizione. Il volontariato, quando nasce da un rapporto rispettoso con il contesto in cui si inserisce, può diventare un modo per ripensare questa dinamica. Non si tratta di arrivare con l’idea di “salvare” una realtà, né di considerare il proprio contributo più importante di ciò che si riceve. Significa piuttosto comprendere che l’incontro può modificare entrambe le parti e generare uno scambio in cui competenze, conoscenze e relazioni si intrecciano, dando vita a un’energia capace di propagarsi in molteplici direzioni.

In un’epoca in cui tutto sembra spingerci a muoverci più velocemente, forse il viaggio può anche essere un esercizio di sosta. Fermarsi abbastanza a lungo da ascoltare, osservare e accorgersi di ciò che accade nell’imprevisto. A Nacán sono arrivata pensando di poter mettere a disposizione ciò che sapevo fare e sono ripartita con la consapevolezza che anche quel luogo aveva modificato il mio modo di pensare, scrivere, osservare, condividere e restituire. Forse è proprio questo, per me, il senso di viaggiare mettendo a disposizione ciò che si sa fare: offrire ciò che si porta con sé e tornare con qualcosa che prima non c’era, attraversando quel limbo in cui impariamo a stare in equilibrio tra ciò che conosciamo e ciò che ancora non sappiamo.

Non sempre ciò che riceviamo da un viaggio è qualcosa che possiamo nominare subito. A volte è un modo diverso di guardare, una domanda che continua a seguirci, una pratica che cambia direzione. È forse in questa trasformazione silenziosa che il cammino continua ad accadere, anche quando siamo già tornati.

Informazioni su Margherita Data 1 Articolo
Margherita Gemma Data è una curatrice emergente e autrice la cui ricerca si sviluppa all’incrocio tra arte contemporanea, viaggio e pratiche relazionali. Dopo aver conseguito il Master in Art Curating and Management presso RUFA – Rome University of Fine Arts, ha maturato esperienze internazionali tra Italia, Oceania e America Centrale. Il suo lavoro intreccia scrittura, ricerca curatoriale e osservazione sul campo, esplorando il viaggio come strumento di conoscenza e metodologia curatoriale per indagare e documentare le relazioni tra persone, territori e forme di vita. Attraverso i suoi testi, approfondisce le intersezioni tra arte, paesaggio e dimensione comunitaria, con particolare attenzione alle storie locali, ai saperi situati e alle interdipendenze tra esseri umani e mondo più-che-umano.

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